Vino Vino Vino: la Carta dei sentimenti di Renaissance e Vini Veri

Vino Vino Vino, a Villa Boschi (Isola della Scala - VR) dal 2 al 5 aprile

Vino Vino Vino, a Villa Boschi (Isola della Scala - VR) dal 2 al 5 aprile

…Tutti con la stessa sensibilità per il territorio, tutti con il credere che la nostra ricchezza risiedeva in quanto ci è stato lasciato e in quanto saremo noi capaci di lasciare.

Baldo Cappellano

 

 

Un insieme di individualità, un atto di resistenza, una possibilità, una speranza. Vini Veri era questo, quando Baldo cercava di spiegare i sentimenti che animavano il gruppetto di “anarcoidi naturalisti” dal quale era nato il progetto. Dopo qualche vicissitudine – a quanto pare quasi inevitabile tra persone che hanno una visione delle cose simile alla nostra – e con un po’ di esperienza in più abbiamo deciso di tornare a perseguire la stessa etica al di là delle differenze che ci caratterizzano. La testimonianza della vitalità del vino non può essere limitata al confronto tra naturale, biologico e biodinamico; le scelte che abbiamo compiuto, tutti indistintamente, sono nate dal rispetto per il territorio, per le relazioni umane, per noi stessi. Sono frutto di un rapporto viscerale con la terra, sono sentimento prima ancora che formazione. Sono ciò che ci accomuna.

Ci ritroviamo quest’anno a Villa Boschi, ben oltre le logiche commerciali connesse a una manifestazione che conserva comunque i connotati della “fiera”; torniamo insieme, a prescindere dalle certificazioni e dalle scelte tecniche, ma soprattutto con la coscienza di avere delle responsabilità e di doverle affrontare insieme. Come viticoltori e, più in generale, come contadini.

Il vino è da sempre il modo di esprimersi di un territorio e di una cultura. Ma è alle prese con i molti problemi celati dietro la facciata del successo mediatico: i contenuti dei quali è stato caricato sono tali da averlo distanziato dalla terra. E’ nostro compito restituire al vino questo legame, con buona pace di quell’enologia globalizzata che ci vede come ingombri lungo il suo cammino in direzione dello svilimento delle varietà. Dobbiamo farlo per tentare di ridare, attraverso il nostro prodotto, dignità al termine “agricoltura”. La viticoltura ha beneficiato, per una serie di circostanze, di privilegi e opportunità negate al resto dell’universo agricolo: per questo ci sentiamo in dovere di fare in qualche modo da “traino”, sfruttando la forza comunicativa del vino. E’ una responsabilità che avvertiamo di più in questo periodo caratterizzato da una crisi – morale prima ancora che economica – di fronte alla quale il mondo contadino è chiamato a fornire modelli e soluzioni alternative. La centralità dei rapporti umani, la difesa delle diversità culturali e delle identità territoriali, la possibilità di un consumo più consapevole e sostenibile, la tutela dell’ambiente sono questioni alle quali è indispensabile fornire risposte. Da parte nostra non intendiamo eludere questa responsabilità: Vino Vino Vino vuole essere una di queste risposte.

Per affrontare certi grandi temi, lo abbiamo capito, si deve imparare a camminare insieme e a trasmettere l’un l’altro i rispettivi bagagli di conoscenze. Con la comune convinzione che anche atti come lavorare in un certo modo la propria vigna o vendere in un certo modo una bottiglia di vino siano azioni che possono contribuire a rendere il mondo migliore. Non possiamo fare altrimenti: perché la nostra ricchezza continua a risiedere – adesso più che mai – in quanto saremo capaci di lasciare.

Gruppo Vini Veri e La Renaissance du Terroir

Testo a cura di Marco Arturi

Uno, nessuno e centomila

Con questo pezzo satirirubensabbiamo cercato di analizzare le opportunità e i rischi connessi all’arrivo della F.I.V.I. nell’universo della viticoltura indipendente in un momento tanto delicato.  Abbiamo ritenuto di farlo evitando polemiche sterili, allo scopo di contribuire all’apertura di una riflessione seria su un argomento che riguarda tutti coloro che hanno a cuore il futuro del vino italiano, inteso come “nutrimento del corpo e dello spirito” nonché come veicolo di socialità e di valorizzazione del territorio. La F.I.V.I. non può pretendere di ignorare le istanze provenienti dal resto dell’universo “indipendente” che ovviamente include, oltre ai vignaioli, tutti coloro che operano in ambito informativo, culturale, tecnico e commerciale seguendo certi criteri . Si tratterebbe di un atteggiamento arrogante e miope. Ma allo stesso modo tutti gli altri non possono pretendere che la nascita di questa federazione rivesta un’importanza secondaria e che possa essere liquidata con una – pur legittima – polemica riguardante il ruolo di Slow Food. La nostra opinione la conoscete già: l’abbiamo spesa senza ipocrisie come è nel nostro costume.

In difesa dell’identità del vino italiano

Le vicende riguardanti i casi di presunta violazione del disciplinare del Brunello di Montalcino hanno fornito lo spunto per l’ennesimo attacco nei confronti della tipicità e della storia dei vini italiani.  

A sferrare l’offensiva sono stati i teorici dell’omologazione, del liberismo selvaggio applicato al settore vitivinicolo, di quella malintesa modernità che vorrebbe qualsiasi prodotto enologico conforme ai canoni della richiesta di mercato. Ma chi sono queste persone? Su Porthos 28, nel pezzo “Il mostruoso equivoco”, si parla di un vero e proprio establishment, formato da consulenti, cantine industriali ma anche produttori medi e piccoli, critici e opinion leader. A unirli è la convinzione che il vino sia frutto di un protocollo applicabile ovunque, non a caso molti di loro sono i migliori clienti delle industrie chimiche e biotecnologiche.  

Approfittando di un momento di enorme confusione mediatica, questi signori ci spiegano che il problema non è chi froda – agendo al di fuori delle leggi e ingannando il consumatore – bensì l’intero sistema di regole condivise. Parlano di obsolescenza dei disciplinari di produzione, sostengono l’inevitabilità del ricorso ai vitigni “migliorativi” al fine di rendere i vini italiani più competitivi, pretendono di utilizzare le denominazioni più prestigiose senza dover rispettare la storia, le tradizioni e il lavoro che hanno contribuito a generarne il mito.  

Si esprimono quasi sempre senza contraddittorio e trovano ampia cassa di risonanza in diversi organi di stampa a diffusione nazionale; le loro dichiarazioni assumono così la valenza di prescrizioni inderogabili per la salute dell’intero comparto enologico.  

Per chi, come noi, considera il vino un bene culturale e un nutrimento dello spirito, tutto questo è inaccettabile.  

I disciplinari di produzione sono stati creati allo scopo di salvaguardare e garantire l’identità e l’integrità dei vini italiani. Negli ultimi quarant’anni, con la complicità e la disattenzione delle autorità di controllo, alcuni dei territori più significativi sono stati trattati come dei contenitori da riempire, occupare o allargare a dismisura. In numerosi luoghi la vite si è trasformata da coltura specializzata a coltivazione dominante, togliendo varietà e respiro al paesaggio. Sì è assistito a un’invasione di vitigni alloctoni con l’obiettivo di “migliorare” le specialità italiane e realizzare prodotti più facili da consumare, senza badare allo svuotamento di contenuti a cui molti vini sarebbero andati incontro. L’establishment continua a modificare i disciplinari senza alcuna progettualità, ma fotografando di volta in volta il cambiamento proposto dal marketing. Tutto ciò in nome di un riscontro economico immediato e seguendo i capricci del mercato. Un grave errore dal punto di vista etico ma anche sotto il profilo economico: la standardizzazione dei nostri vini ha come diretta conseguenza, nel medio-lungo periodo, un calo delle vendite e dell’attrattiva turistica esercitata dalle zone di produzione.  

Per restituire credibilità ai disciplinari e recuperare lo spirito che li ha generati, si dovrebbe condurre una campagna restrittiva, aggiornando e migliorando le regole e i controlli per adeguarli ai nuovi sistemi che l’establishment usa per aggirarli. In questo momento le aziende vinicole possono utilizzare prodotti sistemici che, progressivamente, tolgono vita alla terra e ai vigneti; nella realizzazione del vino non lesinano lieviti, batteri ed enzimi selezionati dalla biotecnologia; inoltre, sono autorizzate sostanze, giustificate da una supposta origine enologica, che dovrebbero aggiustare il liquido. Tutte queste azioni rendono vano il concetto di territorialità. Le ultime leggi hanno autorizzato i consorzi di tutela, formati dalle stesse aziende, delle verifiche sulla corrispondenza tra i vini e i rispettivi disciplinari ma la situazione non è migliorata, visto che in Italia la produzione non ha ancora assunto la maturità per procedere a un serio autocontrollo.        

Il vino è lavoro, socialità, commercio. La globalizzazione rappresenta un’opportunità quando permette di conoscere e confrontare prodotti che sono espressioni di territori e culture differenti; è invece un pericolo quando impone l’appiattimento della varietà, lo svilimento della territorialità, la sostituzione del lavoro e della capacità contadina con la manipolazione industriale e con l’alchimismo.  

Per questo noi, che produciamo, raccontiamo, commerciamo, studiamo, amiamo il vino italiano, ribadiamo la nostra contrarietà a qualsiasi ipotesi di snaturamento delle denominazioni, sia attraverso l’impiego di vitigni alloctoni sia attraverso pratiche che abbiano la finalità di fare del nostro vino qualcosa di differente da sé. La forza del vino italiano risiede nella complessità e nella varietà che rappresentano risorse da valorizzare, anziché sacrificarle in nome delle presunte esigenze del gusto globalizzato.  

Ci proponiamo dunque di dedicare d’ora innanzi un impegno ancora maggiore – che già si sta concretizzando grazie all’amore con cui molti dei firmatari di questo appello organizzano manifestazioni, convegni, stage, corsi e degustazioni – nel preparare campagne di sensibilizzazione e di informazione in difesa dell’identità del nostro vino, certi che sia l’unica strada percorribile per tutelarlo e continuare a farlo amare nel mondo.  

Testo a cura di Marco Arturi e Sandro Sangiorgi  

Primi firmatari:

 Sandro Sangiorgi e Porthos

Teobaldo Cappellano e Vini Veri

Angiolino Maule e Vin Natur

Luca Gargano – Velier Triple A

Stefano Bellotti – Renaissance Italia

Francesco Paolo Valentini – produttore

Maria Teresa Mascarello – produttore

Corrado Dottori – produttore

Luigi Anania – produttore

Carlo Noro – agricoltore biodinamico

Franco Ziliani – giornalista

Roberto Giuliani – LaVINIum

Marco Arturi – giornalista

Andrea Scanzi – giornalista e scrittore

Paolo Massobrio e Club di Papillon

Sergio Rossi – enotecaro

Remigio Bordini – agronomo

Michele Lorenzetti – enologo

Maurizio Castelli – enologo