In difesa dell’identità del vino italiano

Le vicende riguardanti i casi di presunta violazione del disciplinare del Brunello di Montalcino hanno fornito lo spunto per l’ennesimo attacco nei confronti della tipicità e della storia dei vini italiani.  

A sferrare l’offensiva sono stati i teorici dell’omologazione, del liberismo selvaggio applicato al settore vitivinicolo, di quella malintesa modernità che vorrebbe qualsiasi prodotto enologico conforme ai canoni della richiesta di mercato. Ma chi sono queste persone? Su Porthos 28, nel pezzo “Il mostruoso equivoco”, si parla di un vero e proprio establishment, formato da consulenti, cantine industriali ma anche produttori medi e piccoli, critici e opinion leader. A unirli è la convinzione che il vino sia frutto di un protocollo applicabile ovunque, non a caso molti di loro sono i migliori clienti delle industrie chimiche e biotecnologiche.  

Approfittando di un momento di enorme confusione mediatica, questi signori ci spiegano che il problema non è chi froda – agendo al di fuori delle leggi e ingannando il consumatore – bensì l’intero sistema di regole condivise. Parlano di obsolescenza dei disciplinari di produzione, sostengono l’inevitabilità del ricorso ai vitigni “migliorativi” al fine di rendere i vini italiani più competitivi, pretendono di utilizzare le denominazioni più prestigiose senza dover rispettare la storia, le tradizioni e il lavoro che hanno contribuito a generarne il mito.  

Si esprimono quasi sempre senza contraddittorio e trovano ampia cassa di risonanza in diversi organi di stampa a diffusione nazionale; le loro dichiarazioni assumono così la valenza di prescrizioni inderogabili per la salute dell’intero comparto enologico.  

Per chi, come noi, considera il vino un bene culturale e un nutrimento dello spirito, tutto questo è inaccettabile.  

I disciplinari di produzione sono stati creati allo scopo di salvaguardare e garantire l’identità e l’integrità dei vini italiani. Negli ultimi quarant’anni, con la complicità e la disattenzione delle autorità di controllo, alcuni dei territori più significativi sono stati trattati come dei contenitori da riempire, occupare o allargare a dismisura. In numerosi luoghi la vite si è trasformata da coltura specializzata a coltivazione dominante, togliendo varietà e respiro al paesaggio. Sì è assistito a un’invasione di vitigni alloctoni con l’obiettivo di “migliorare” le specialità italiane e realizzare prodotti più facili da consumare, senza badare allo svuotamento di contenuti a cui molti vini sarebbero andati incontro. L’establishment continua a modificare i disciplinari senza alcuna progettualità, ma fotografando di volta in volta il cambiamento proposto dal marketing. Tutto ciò in nome di un riscontro economico immediato e seguendo i capricci del mercato. Un grave errore dal punto di vista etico ma anche sotto il profilo economico: la standardizzazione dei nostri vini ha come diretta conseguenza, nel medio-lungo periodo, un calo delle vendite e dell’attrattiva turistica esercitata dalle zone di produzione.  

Per restituire credibilità ai disciplinari e recuperare lo spirito che li ha generati, si dovrebbe condurre una campagna restrittiva, aggiornando e migliorando le regole e i controlli per adeguarli ai nuovi sistemi che l’establishment usa per aggirarli. In questo momento le aziende vinicole possono utilizzare prodotti sistemici che, progressivamente, tolgono vita alla terra e ai vigneti; nella realizzazione del vino non lesinano lieviti, batteri ed enzimi selezionati dalla biotecnologia; inoltre, sono autorizzate sostanze, giustificate da una supposta origine enologica, che dovrebbero aggiustare il liquido. Tutte queste azioni rendono vano il concetto di territorialità. Le ultime leggi hanno autorizzato i consorzi di tutela, formati dalle stesse aziende, delle verifiche sulla corrispondenza tra i vini e i rispettivi disciplinari ma la situazione non è migliorata, visto che in Italia la produzione non ha ancora assunto la maturità per procedere a un serio autocontrollo.        

Il vino è lavoro, socialità, commercio. La globalizzazione rappresenta un’opportunità quando permette di conoscere e confrontare prodotti che sono espressioni di territori e culture differenti; è invece un pericolo quando impone l’appiattimento della varietà, lo svilimento della territorialità, la sostituzione del lavoro e della capacità contadina con la manipolazione industriale e con l’alchimismo.  

Per questo noi, che produciamo, raccontiamo, commerciamo, studiamo, amiamo il vino italiano, ribadiamo la nostra contrarietà a qualsiasi ipotesi di snaturamento delle denominazioni, sia attraverso l’impiego di vitigni alloctoni sia attraverso pratiche che abbiano la finalità di fare del nostro vino qualcosa di differente da sé. La forza del vino italiano risiede nella complessità e nella varietà che rappresentano risorse da valorizzare, anziché sacrificarle in nome delle presunte esigenze del gusto globalizzato.  

Ci proponiamo dunque di dedicare d’ora innanzi un impegno ancora maggiore – che già si sta concretizzando grazie all’amore con cui molti dei firmatari di questo appello organizzano manifestazioni, convegni, stage, corsi e degustazioni – nel preparare campagne di sensibilizzazione e di informazione in difesa dell’identità del nostro vino, certi che sia l’unica strada percorribile per tutelarlo e continuare a farlo amare nel mondo.  

Testo a cura di Marco Arturi e Sandro Sangiorgi  

Primi firmatari:

 Sandro Sangiorgi e Porthos

Teobaldo Cappellano e Vini Veri

Angiolino Maule e Vin Natur

Luca Gargano – Velier Triple A

Stefano Bellotti – Renaissance Italia

Francesco Paolo Valentini – produttore

Maria Teresa Mascarello – produttore

Corrado Dottori – produttore

Luigi Anania – produttore

Carlo Noro – agricoltore biodinamico

Franco Ziliani – giornalista

Roberto Giuliani – LaVINIum

Marco Arturi – giornalista

Andrea Scanzi – giornalista e scrittore

Paolo Massobrio e Club di Papillon

Sergio Rossi – enotecaro

Remigio Bordini – agronomo

Michele Lorenzetti – enologo

Maurizio Castelli – enologo

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19 risposte a “In difesa dell’identità del vino italiano

  1. Marco sei un grande!!

  2. Giorgio Bernardo de Cles

    Ho appreso oggi tramite posta elettronica della summenzionata iniziativa e desidero lasciare un commento che sperò metterà qualcuno nelle condizioni di riflettere profondamente su tali problematiche.

    Il proponimento di difendere l’identità del vino italiano corre il rischio di restare semplicemente un tentantivo con poche possibilità di successo. Anzi: se non si conoscono approfonditamente le problematiche di cui si parla di possibilità di successo non ce n’è alcuna.

    Chi scrive si è laureato l’anno scorso presso l’università di Agraria di Udine e l’Università degli studi di Trento. Il mio lavoro di tesi anticipa le mosse e gli intenti non soltanto di Porthos, ma anche di tutte quelle altre iniziative che cercheranno di difendere l’identità del vino italiano – o chissà francese, tedesco – senza conoscere l’ambito in cui tale difesa intende essere fatta.

    La radice del problema dell’omologazione del vino italiano è una: la perdità della biodiversità ed il mancato riconoscimento dell’importanza di vigneti policlonali in vigneto. Ciò che segue, cioè tutte le illegalità ed illeciti, problematiche sui vini, standardizzazione che abbiamo visto, vediamo e vedremo con sempre maggiore frequenza, sono dei semplici postulati. Non confondiamo il principio con i suoi postulati.

    Il principio infatti apre la dimensione e l’ambito in cui l’errore è possibile. L’errore infatti non nasce da sè, come fosse causa sui, ma va ricondotto ad una causa che lo fa apparire.

    Noi abbiamo fede di salvare l’identità del vino italiano e di sapere più o meno con quali ordini di problemi abbiamo a che fare. Ognuno dirà la sua, ma ognuno avrà fede nel suo modo personale e limitato di affrontare il problema. In questo senso la fede non è altro che un’illusione, una volontà che, inconsapevolmente, vuole una cosa che – così voluta – è un impossibile.

    L’Italia e molti paesi occidentali stano tagliando le proprie radici. Quelle stesse radici su cui – simultaneamente – vogliono però far crescere il loro operare. Tagliano le proprie radici e vogliono che una pianta – senza radici – possa comunque svilupparsi verso l’alto e portare ottimi frutti.

    Fuor di metafora intendo dire che tutto il comparto vinicolo italiano (e potremmo mettere tutto il comparto occidentale del vino) non ha saputo cogliere l’essenza della viticoltura e quindi dell’enologia. Tale essenza risiede nel mantenimento non solo/tanto dei vitigni autoctoni, ma anche e sopratutto dei vigneti di popolazione da cui avrebbero potuto attingere materiale unico ed insostituibile per i loro impianti.

    Invece è successo – e la mia tesi documenta storicamente tale dinamica – che l’utilizzo del clone ha soppiantato facilmente la pratica necessaria della selezione massale visiva. Il concetto di clone è una delle più tremende calamità che la viticoltura e l’enologia conosceranno; assai peggio di fillossera e oidio; peggio in quanto l’uomo non riconoscerà facilmente i danni di tale pratica. La pratica della selezione clonale è una pratica contraddittoria cioè una pratica che ha fede, vuole l’impossibile e non riconosce tale impossibilità. Però oggi sempre di più ce ne si rende conto. Si vuole cioè: una pianta resistente ad un buon numero di malattie e patogeni, buona produzione e di qualità, con interessanti paramentri enologici.

    Alla fin fine del processo storico della selezione clonale del vitigno selezionato non rimane che il nome, perchè l’origine – cioè la sua biodiversità -, del vitigno è persa e non torna più. Ci si propone in questo sito di difendere l’identità del vino italiano. E io chiedo: si sa cosa si vuole difendere ? Se non si sa che cosa è l’identità del vino italiano tale difesa è la fede in una difesa, e come fede è destinata a non ottenere nulla.

    L’identità di un vino o di un vitigno è la sua origine. Chi non riconosce l’origine di un vitigno, non può intendere che cosa sia la sua identità, ma però può avere fede di ottenerla. L’origine di un vitigno è – in termini viticoli – la sua biovarietà. Le scienze viticole ed enologiche moderne per quanto specializzate intendono la biovarietà come qualcosa di contingente, che è destinato a sparire, di inutile (su alcuni lavori ho letto che è una forma di imbastardimento genetico contrapposto alla purezza del clone). Gli istituti franco-italo-americani fanno a gara a chi riuscirà per primo a mappare il genoma della vite illudendosi, avendo fede che tale operare porti una qualche forma di giovamento alla viticoltura ed all’enologia.

    Si ha fede di difendere l’identità, ma non si ha nulla da dire riguardo il fatto che cantine viticole, istituti, industrie hanno interesse soltanto a far diventare altro le cose. Quando non si capisce l’unicità di un vitigno autoctono, le sue irripetibili caratteristiche ci si pone un obbiettivo: trasformarlo in qualche cosa d’altro, in qualcosa che abbia valore. Gli strumenti tecnico-scientifici ci insegnano perfettamente a trasformare la cosa, l’ente in qualcos’altro, ma non ci insegnano a mantenerlo identico a sè, a preservare la sua unicità irripetibile. Scienza e tecnica hanno infatti bisogno di scopi pratici e limitati specifici, non possono certo aiutarci a capire l’identità di una cosa! La vanga e la zappa – come scienza e tecnica – sono ottimi strumenti: ma voi – dite un po’ – vi dareste mai la zappa sui piedi ? Cioè: vi fidereste della bontà ed infallibilità del vostro strumento dandovelo sui piedi ? Non penso.

    Mantere una cosa identica a sè significa difendere autenticamente la sua identità. L’identità è infatti l’esser sè della cosa, il suo essere riconosciuta come quella cosa unica, irripetibile sulla quale la più grande violenza che si possa fare è trasformarla in altro. Trasformare una cosa, un vino, vuol dire infatti infischiarsene di che cosa è, trattarla come se fosse prima una cosa di poco conto, una cosa da niente e poi dopo attraverso la trasformazione una cosa di valore.

    Ho proposto alle due università in cui ho studiato una selezione non clonale, ma conservativa della vite. Soltanto tale selezione permette infatti di non violare la popolazione di viti che si intende selezionare e mantenere. La selezione conservativa è la prima ed unica forma di selezione che non tratta in modo violento le viti. La selezione clonale è una forma violenta ed aberrante di selezione che conduce con necessità all’appiattimento varietale ed enologico.

    Una forma ancora più aberrante di selezione sarà la modificazione genetica della vite, la più estrema e radicale violenza alla vite. Infatti dopo non aver capito l’importanza della biovarietà si vorrà ricostituirla in laboratorio. Un’altra forma di fede, di illusione che non rendendosi conto dell’errore precedente aumenta l’intensità della trasformazione. A quel punto chiamare una vite Merlot o Merlot modificato sarà la stessa cosa che chiamarlo ” XY “, oppure ” Mario Rossi ” oppure ” Pinco Pallino “.

    Per una viticoltura di precisione, di vitigni tipici, di terreni ed esposizioni irripetibili la modificazione genetica è automutilazione, suicidio, e quindi estrema contraddizione. Come dicevo prima la contraddizione è tale perchè vuole qualcosa di impossibile senza rendersene conto. Ma oggi tutti abbiamo fede nella scienza e soprattutto nella tecnica e non ci azzarderemmo mai a metterle in discussione. E magari vorremmo anche contemporaneamente difendere l’identità delle cose! Auguri.

    Non stupiamoci di ciò che può accadere in un futuro ai vitigni italiani. Se le cose vengono considerate soltanto in relazione alla loro trasformazione, al loro diventare altro è necessario che succeda tutto quello che sta succedendo ora. Non faccio fatica a intendere come è più facile trasformare il mio vino rendendolo simile al vino di moda. Faccio fatica a capire come mai la gente si stupisce. Nonostante infatti tutte le belle parole che si leggono sui siti delle aziende, i bei discorsi degli specialisti, il principio per cui le cose vanno trattate in modo da farle diventare altro, diverse cioè da come sono, vince sul principio per cui le cose vanno riconosciute per la loro unicità, identità. E nessun blasonato professore o super tecnico riesce motivare tale opposizione in favore dell’identità.

    Non mi stupirò neppure del fatto che chi leggerà queste righe non capirà e non vorrà neanche cercare di capire, restando nella sua fede di difendere l’identità del vino italiano. Cioè nell’illusione di difendere il vino italiano.

    Consiglio a chi voglia difendere il vino italiano di difenderlo dalle fedi, dalle illusioni. Se infatti fosse soltanto uno scontro di volontà diverse – cioè tra la volontà di coloro che vogliono difendere l’identità e coloro che invece vogliono solo fare buoni affari col vino – i difensori dell’identità non avrebbero alcuna speranza di vincere, vorrebbero cioè anche loro l’impossibile.

    Ben diverso è quel sentiero che io indicato nella mia tesi ” La sezione conservativa della vite ” che non si poggia su di una fede, ma bensi sul riconoscimento di quei potentissimi tesori occidentali che sono la vite ed il vino.

    distinti saluti

    Giorgio B. de Cles
    dottore in enologia
    giorgio1943@gmail.com

  3. Bravo Giorgio, hai messo in evidenza un problema talmente grosso che si fà veramente fatica a parlarne. Non basterà adottare qualche pratica agronomica più o meno esoterica per ritrovare l’identità dei nostri vigneti.
    Dopo tutti questi anni di nuovi impianti fatti con il miraggio del clone perfetto (e della varietà perfetta) sarà molto difficile ritornare indietro.
    Ritrovare la memoria storica di un luogo, verificarla con le nuove esigenze del nostro gusto e con le mutate condizioni ambientali e produttive, sarà un processo lento, lunghissimo. Perchè anche chi ha iniziato da poco, e vent’anni per la terra sono molto pochi, ha capito quanto tempo ci voglia per verificare se le ipotesi siano veritiere una volte applicate ad un vigneto.
    Ed ancora una volta la politica del vino (e purtroppo anche li mercato) se ne frega e premia chi produce il vino del momento (barricato, pinot grigio, gewurz, finto bio, ecc. ecc.)

  4. Finalmente un discorso alto, su cui dovremmo tutti riflettere, e primo fra tutti i difensori dell’identità del vino italiano. Perchè, come giustamente e nitidamente fa presente il commento, se è solo una questione di due forze contrapposte, di due fedi, che in quanto tali sono inevitabilmente cieche, non si salverà un bel niente.
    Fa piacere sentire, da un laureato in enologia, che sono le viti da salvare, quei nuclei in cui stanziano la biodiversità e da cui si deve operare per figliare nuove viti tramite la massale.
    C’è qualcuno che opera in questo modo ancora, seriamente e come prassi, e non come specchietto per le allodole?
    Perchè se si utilizza davvero questo principio non si possono far ettari di vigneto dall’oggi al domani… Ci vuole tempo, stagioni, attese che mal si conciliano con le esigenze produttive legate al mercato.
    Insomma, c’è molto su cui discutere, se non vi è una qualche fede di mezzo. Diversamente, il tutto non ha senso e possibilità di dialogo. La fede, qualsiasi essa sia, non lo ammette.
    Complimenti sig. Bernardo, perchè la sua era una voce che da tempo volevo sentire.

    Cordialmente,

    Alvaro Pavan

  5. Giorgio Bernardo de Cles

    Quando pensiamo alla vite ed al vino siamo sì portati a considerare le meraviglie del mondo moderno del vino, ma siamo anche contemporaneamente ricondotti a pensare che l’origine del vino è potentemente radicata nel suolo dell’occidente. E parlo di qui di un suolo storico/antropologico.

    Ma l’altro suolo – altrettanto imponente – sui cui, contemporaneamente, poggia l’operare della vite e del vino è il suolo scientifico/tecnologico. Nessuna persona oserebbe dire che deve esistere uno invece che l’altro, tradizione rispetto ad innovazione, le due cose vanno vissute nell’equilibrio perchè da un lato senza tecnica l’uomo greco non avrebbe mai scoperto il vino, dall’altro lato se dimentichiamo completamente l’origine autentica della vite e del vino di questi scompare l’identità. E l’identità è l’esser sè della cosa.

    Su tale equilibrio, su tale apparente contraddizione, si gioca l’origine e la destinazione della vite e del vino. Il mondo viticolo enologico moderno è contento dei grandi progressi che sono stati fatti. Ma tale contentezza essendo il contenuto di una cosa impossibile, cioè di una fede, avrà vita assai corta.

    La tecnica – come ho già indicato negli altri miei scritti – non vuole essere vera, cioè non intende – per come si configura oggi -difendere l’identità di una cosa, ad esempio del vino. Vuole e può difendere l’identità della produzione del vino, ma non intende, parimenti, difendere la vite ed il vino riconoscendo quell’unicità che solo l’uomo può riconoscere.

    I tecnici sono contenti di tutte le straordinarie cose che possono fare, pensano infatti di essere totalmente liberi. In altre parole, pensano che la loro libertà operativa non erode l’identità della cosa di cui si occupano. Ovviamente queste è una fede. E’ l’aspetto oscuro della tecnica, l’aspetto contraddittorio, per cui da un lato la tecnica può qualsiasi cosa, ma dall’altro non riconosce che potendo fare qualsiasi cosa distrugge, cioè tratta come niente ciò che intende manipolare. Anzi: il presupposto perchè la tecnica sia infinitamente potente è quel presupposto per cui la tecnica pensa di essere libera di fare quello che vuole. Per esempio trasformare una cosa in altro. Se il vino che ho non mi va bene la tecnica permette di rimediare all’errore operando la trasformazione.

    Per chi mi segue nel discorso dò la possibilità di capire anche quali sono le estreme conseguenze: essendo che la tecnica può qualsiasi cosa (o meglio crede di potere qualsiasi cosa), le cose vengono trattate come niente e soltanto la tecnica dà alle cose un valore. L’estremo limite della tecnica, il limite cioè in cui la tecnica è infinitamente potente, è quel limite per cui è la tecnica a definire l’origine e la destinazione di una cosa.

    In termini pratici la tecnica potrebbe anche produrre il vino slegandolo dalla sua origine. L’origine del vino – se non mi sono già dimenticato le lezioni in università – è il mosto che deriva dai grappoli d’uva. La tecnica si crede talmente potente da poter essere lei in quanto tecnica l’origine del vino. E quindi la sua destinazione.
    Ora mi si chiederà: che cosa è la destinazione del vino ? Ed io vi chiederò: scambiereste il vino fatto in laboratorio con prodotti chimici semplicemente sommati(alcol, acidi, aromi), con un vino che deriva da un vigneto, vendemmiato nel pieno della maturazione ? Se la risposta è no devo concludere che siamo tutti matti a fare il vino nei vigneti e non in laboratorio perchè in laboratorio spenderemmo molto meno ottendo gli stessi (?) risultati.

    L’identità del vino sta proprio nel suo essere riconosciuto costante all’interno di tutte le infinite variazioni di cui è capace, delle variazioni delle annate. Questo pensiero può sembrare apparentemente banale, lo sanno anche i neofiti del bicchiere. Ma i neofiti sanno che se si intendono le cose in un certo modo – per esempio nel modo in cui la tecnica le intende, convinta che tutto si possa trasformare a piacere, ad libitum – delle cose stesse non rimane più niente ? Dell’identità – ripeto – la tecnica sa poco. Lo scopo della tecnica non è difendere l’identità in nome di nobili e antichi valori. La tecnica vuole invece essere la SUA identità: l’esser tecnica. Non chiediamo alla tecnica scopi diversi da quelli che si prefigge perchè equivarrebbe a dire alla tecnica: ” cara tecnica, non essere più te stessa “.

    Ancora. La tecnica tratta le cose in vista della loro trasformazione. E’ nella trasformazione che la tecnica è operativa, potente. La modificazione genetica della vite è l’estrema vetta della dominazione della tecnica sulla vite. La tecnica dice infatti ” Visto che le vecchie viti non funzionano a dovere, le trasformo io “.
    Due parole solamente. Che le vecchie viti non funzionino a dovere è una tesi che non si è mai discussa. Le viti che io ho studiato avevano una media di 70 anni e in un appezzamento di 14 ettari ve n’erano migliaia di esemplari.
    Ma la grande domanda che bisogna fare se non si vuole passare proprio per degli imbecilli – nessuno lo vuole, suppongo – è questa:
    quando la tecnica si prenderà la briga di trasformare, di modificare il dna delle viti, COME lo farà ? seguendo quale metodo ? simuleranno un vigneto nei laboratorii ? con le stesse condizioni ? ma a quel punto non conviene allora studiare le viti già presenti in vigneto ?
    Risposta a questa domanda: NO, non conviene studiare le viti in vigneto perchè tanto TUTTI hanno fede nella tecnica e quindi è la tecnica a decidere l’origine e la destinazione della vite. Sarà la tecnica a decidere le viti che coltiveremo ed il vino che berremo.

    Dunque: è questa l’origine e la destinazione che riconosciamo per la vite e per il vino ?

    distinti saluti

  6. Liborio Butera – gastronvideoblogger (sottoscrivo)

  7. segnalo la traduzione in inglese dell’appello, pubblicata sul wine blog VinoWire.com, opera del collega e amico Jeremy Parzen. Ecco il link diretto:

    http://vinowire.simplicissimus.it/2008/06/05/opinion-enoidentity-an-appeal-for-the-love-of-italian-wine/

  8. Fa piacere trovare risonnanza alle proprie idee.
    vorrei sottolineare che, a mio avviso, bisogna evvitare certe derive normative.
    Per diffendere la qualità, quella che viene diffesa in quest’appello, ma anche altre qualità bastano le norme e le leggi attuali.
    Certo i lobby che crecano l’omologazione cercano di lavorare anche sul piano normativo, e contro questo si dovrebbe agire nelle nostre assemblee.
    Ma il potere principale è quello delle informazioni sui prodotti, della pubblicità, per la quale loro hanno a disponibilità dei fondi che non avremo mai.

    Allora bisogna muoversi su altri piani da un lato sostenere tutti mezzi di informazione che sono sensibili a dare un altra informazione.
    Da un altro lato evvitare le estremizzazioni filosofiche nel descrivere mezzi tecnici.
    Esempio: va di moda essere contro i lieviti selezionati, ma in vinificazione cosa porteranno di cosi terribile per la nostra salute, niente! anzi sarebero anche un alimento integrativo consigliato da vari vegetariani etc… Non li uso da anni perchè ho migliori risultati senza, ma quando sento tutto questo battage intorno a loro mi dico che c’è anche li disinformazione per altri scopi… commerciali?

    Il vino é tecnica da millenni, perchè senza tecnica si fa aceto in un mese o due. Tecnica non vuol dire per forza additivi, ma vuol dire conoscenza.

    Per cui se comunicare la qualità deve cavalcare l’onda della paura dell’evoluzione, l’onda della mancanza di valori in un mondo in mutazione, per cui ci si inventa vini spritisti piutosto che con l’anima, allora la battaglia è persa o diventa un semplice effetto pubblicitario di pura essenza commerciale.

    Si può semplicement dimostrare, e su questo non c’è da fare grandi sforzi, che per fare un buon vino, con i criteri comunemente accettati, senza inventarene dei nuovi, bastano pocche azioni molto semplici. Ma per fare questo ci deve essere l’aiuto dei giornalisti, dei consummatori.
    Troppo spesso vengono espressi buoni propositi e poi premiati altri prodotti.

    Per cui sono felice di sotenere quest’appello
    Antoine

  9. Evviva, evviva il vino e chi lo comprende e lo difende, alla gogna chi lo offende!
    L’offesa al vino è vilipendio dell’identità di chi con tanta passione e amore si impegna a produrlo, a farlo conoscere e a farlo apprezzare per le sue grandi proprietà culturali e salutistiche.
    Qulcuno disse:
    “Perdono chi mi ha fatto del male ma non dimentico il suo nome!”
    Gustavo

  10. Roberto Martinelli

    Mi associo anch’io all’appello in difesa dell’autenticità del vino italiano. Questi sforzi li dobbiamo sostenere come giornalisti ma soprattutto come consumatori appassionati e tutori dei nostri vini. Purtroppo questo amore non c’è l’à dove più forte dovrebbe essere. Addolora registrare la mancanza, dopo tutto ciò che si dice e si scrive, del rispetto di ciò che rappresenta il vino come patriminio di un Paese . Addolora sapere che cantine blasonate portabandiera nel mondo di patrimoni come il Brunello oramai “prodotto-patrimonio” che appartiene a tutti come se fosse (ma lo è) un bene da preservare manchino di lealtà. E che dire di enti e istituti preposti e nominati per garantirne l’autenticità se mancano di lungimiranza e serietà ? Addolora vedere che il nostro vino italiano, patrimonio tanto riconosciuto all’estero, anzichè valorizzarlo finisca mercificato e danneggiato. Ma quanto ancora andrà avanti questa politica lesionista tutta italiana?

  11. Salve,
    scrivo nella tarda serata del 13 giugno… sono appena andata a vedere l’appello…
    possibile che siamo solo 670 persone in italia a ritenere importante una richiesta del genere?

    Mi fa piacere, molto piacere, vedere che molti “bevitori” si sono uniti all’appello, ma i produttori? Dove sono i produttori? Loro/voi che in primis dovrebbero/dovreste essere interessati alla difesa delle identità del vino italiano…

    Troppo indaffarati forse a curare i poveri vigneti battuti dalla battente pioggia di questo strano giugno (almeno qui da noi…)? Forse si, voglio pensarla così… ma forse occorre un richiamo d’attenzione?

    Occorre un applauso d’incoraggiamento? Secondo me l’iniziativa è davvero lodevole, o almeno un primo importante passo per contarci, un punto di partenza…

    A presto,
    Barbara

  12. In relazione alla vicenda del Brunello ……
    Certo i disciplinari vanno rispettati in toto, compreso l’utilizzo dei vitigni in purezza, se previsto. Detto questo…… da troppi anni il concetto di qualità del vino è correlato unicamente ad alcuni standard, fortemente voluti dai cosiddetti “esperti” della comunicazione del vino…… Tutto al massimo, veramente al massimo nel bicchiere. E’ la nuova filosofia imposta dai vari “guru “ della degustazione: colore violaceo – inchiostro, un profumo giovane, giovanissimo, pertanto fruttato, un gusto pieno, alcolico, corposo, estratto oltre i 40 grammi,ph 3,7 assolutamente morbido,quasi dolce.
    Per la presunta massima qualità, per i massimi punteggi sulle guide e per la scalata ai top di Wine Spectator.
    A forza di esaltare, valorizzare, incensare questi vini, tutti volevamo emularli, tutti dovevano produrli. In cantina, l’enologo che non si adattava a questa invadente, totalizzante tendenza rischiava l’immediato licenziamento in tronco.
    Diciamo la verità: il problema della purezza del vitigno per le doc lo abbiamo creato noi in questi ultimi quindici anni……

  13. Raffaello Annicchiarico

    Trovo che uno dei punti cardine è il mercato,cioè il modo di diffondere e far conoscere il vino e il suo gusto. Il vino (ormai da tempo)è stato volutamente fatto conoscere da un solo punto di vista “la qualità unica”, quella per es. (ormai in auge da diversi anni) del “gusto internazionale” (al quale tutte le cantine hanno cercato di adeguarsi per non rimanere fuori dal mercato), che prescinde dal vitigno, dalla terra dove la vigna è coltivata, dal clima che colpisce quella terra (che insieme spesso prevalgono sul vitigno), rendendo i vini di un territorio particolari nel gusto e nelle caratteristiche nonchè dall’interpretazione di chi trasforma il vino.
    Ma questa diversità necessaria, non è stata oggetto di promozione, né di valutazione, né recensita, né probabilmente capita (se non solo teoricamente per pubblicizzare la “poesia del vino”). Insomma da qualsiasi parte si è voluto diffondere solo il vino vicino alla perfezione al suo gusto unico, per tutte le terre, per tutti vigneti, per tutta la gente che consuma e attraverso il vino vuole capire.

    Il vigneto è parte integrante della natura, e la natura non è perfetta, è imprevedibile, attenta alle tue cure, attenta al modo con cui l’uomo si rapporta ad essa, attenta ad esaltare la “diversità” , la non-perfezione, che deve essere trasmessa, comunicata, svincolata, per evitare di ridurre il vino solo ad una questione di mercato, ad una semplice merce, col suo unico gusto per tutte le annate senza differenze.

    Raffaello Annicchiarico – Agronomo

  14. Un mio contributo dopo l’articolo apparso su Focus Wine:

    http://esalazionietiliche.spazioblog.it/137888/

    Un saluto a tutti.

  15. X il sig. Arturi, esordisco specificando che non firmerò il vostro appello, sebbene io ne condivida alcuni passi, e che me ne dolgo poichè apprezzo il lavoro di “Porthos” e “Lavinium” e quello dei produttori affiliati alle associazioni di Maule e del Suo amico Cappellano. Non lo firmerò poichè lo reputo manicheo e poichè vedo delle com ponenti ideologiche che ne rappresentano il vizio imperdonabile di fondo. Proprio l’articolo a firma Sua presente sul sito di Porthos (Gli avvocati del diavolo) offre conferma di quanto sopra sostengo. Se qualcuno tenta di analizzare il problema con serenità di giudizio e con la volontà di comprendere il problema nelle sue molte sfaccettature e nella sua interezza, come mi pare si siano limitati a fare i Direttori che lei stigmatizza, credo che sia scorretto dipingere questo qualcuno come un avvocato di parte o alla stregua di un soggetto risoluto a interpretare un ruolo ambiguo. Io sono certo che Lei, i Suoi colleghi di “Porthos”, come anche altri impegnati in questa che mi permetto confidando nella sua autoironia di definire “crociata”, primo della lista il signor Ziliani che è persona schietta e lineare, siate in buona fede ma che ci sia a guidarvi, e conseguentemente a limitare in talune occasioni la vostra imparzialità, una sorta di pregiudizio generico verso alcuni giornalisti e critici, oltrechè aziende e tecnici, colpevoli unicamente di essere promotori di idee divergenti rispetto a quelle da Voi espresse e propagandate. Idee, sottolineo a scanso di equivoci, da rispettare. Inoltre nell’articolo Lei afferma con sicurezza mal riposta che i mosti non vengano più utilizzati. Le posso dire che non è così, al massimo non si tratta di mosti concentrati rettificati ma di altri metodi, cioè a dire quelli che si chiamano in gergo di “autoarricchimento”, che possono comunque lasciare traccia delle differenti uve usate non con fini truffaldini ma allo scopo di garantire al vino un tenore alcoolico più consono. Dico più consono perchè contrariamente a quanto da Lei asserito, non è unicamente in occasione di annate come 2002 che può emergere la necessità(accadde anche nel 1998, se non vado errato) del ricorso all’arricchimento. Sono invece della Vostra opinione per quanto concerne l’attività vivaistica, che oggi é realmente, come Lei giustamente scrive, all’insegna della garanzia e della sicurezza. Aggiungerei solo: a patto di rivolgersi a vivaisti seri e responsabili. Per concludere Le dico quindi che non condivido il suo punto di vista quando lei sottende l’esistenza di una volontà di fornire attenuanti o, per converso, di un mondo produttivo corrotto nei princìpi e nelle tecniche. Probabilmente questo punto di vista presenta delle esattezze ma sono convinto che dividere tutto in bene e male, cultura e ignoranza, giusto e sbagliato, buona fede e malafede, sia esecrabile. La invito dunque a dismettere le vesti dell’inquisitore nonchè i toni da guerra santa per aprire la porta al dialogo, che è sempre la migliore delle strade.

  16. Signor Lorenzo, mi piacerebbe se lei avesse la gentilezza di specificare quali sarebbero le “componenti ideologiche” che rappresentano a suo modo di vedere il “vizio di fondo” del nostro appello. Sorvolo sul simpatico accostamento alle crociate e sull’invito ad abbandonare i panni dell’inquisitore, mentre le faccio presente (ma ce ne sarà poi davvero bisogno?)che già altri hanno parlato di “toni da guerra santa”: http://www.gamberorosso.it/grforum/viewtopic.php?t=27373&postdays=0&postorder=asc&start=0 .

    Resto ovviamente in attesa di sapere quali sarebbero e dove troverebbero espressione, questi toni.

    Entrando nel merito del suo intervento, dico che sarebbe utile approfondire il discorso delle pratiche di autoarricchimento da lei accennato. Le garantisco che ci saranno i luoghi, il tempo e il modo per farlo, però ribadisco la questione di fondo già espressa nel pezzo che ho scritto per Porthos: il ricorso a queste pratiche – che indiscutibilmente apportano dei contraccolpi negativi in termini qualitativi sul risultato finale – nella realizzazione di un vino prestigioso, importante e costoso come il Brunello è da considerarsi eticamente lecito? Andare a raccontare al consumatore finale “Guarda che noi rispettiamo la legge, le tracce di altri vitigni sono emerse solo perché in cantina usiamo qualche trucchetto” farebbe poi bene all’immagine complessiva di Montalcino e del vino italiano in generale? E’ proprio sicuro che sia io quello che parla di un mondo corrotto nei principi e nelle tecniche? Trovo semplicemente sbalorditiva la sua affermazione riguardante la necessità di ricorrere all’arricchimento in annate come quella oggetto di indagine a Siena, che ha presentato ai produttori problematiche di segno diametralmente opposto a quelle che giustificherebbero l’utilizzo di MCR e simili. Dato che lei parla dell’opportunità di rivolgersi a vivaisti seri e responsabili – ma è pensabile che certe aziende di livello internazionale acquistino le barbatelle dove capita? – riporto qui la chiusa del mio articolo, lasciando a lei la risposta ai due interrogativi che presenta: “Vignaioli che non sono in grado di distinguere una vite dall’altra, pratiche di cantina ai limiti della decenza: questa, dunque, sarebbe Montalcino nelle spiegazioni di ordine giustificazionista?
    Per negare il fatto, gli avvocati del diavolo rischiano di gettare ulteriore discredito sull’immagine della già martoriata culla del Brunello. Ne vale davvero la pena?”

    Un’ultima annotazione relativa alla migliore delle strade, che lei individua nel dialogo: guardi che l’Appello è stato concepito e realizzato per incoraggiare la nascita di una discussione seria e pluralista riguardante i temi in esso trattati. Ad opporsi al dialogo sono altri, signor Lorenzo, come coloro che criticano i contenuti del nostro documento senza mai nominarlo apertamente perché “di pubblicità ne ha avuta già troppa”. Se ha la pazienza di cercare nei siti di settore avrà modo di constatare come le varie reazioni all’Appello abbiano dato vita a diversi confronti, che messi tutti assieme rappresentano la base per la nascita di una riflessione seria e potenzialmente benefica per il futuro del nostro vino.

  17. Un appello estremamente condivisibile. Nel mio piccolo cercherò di diffonderlo anche in Valle d’Aosta con un link ad hoc sul mio blog.

  18. Sottoscrivo l’appello.

    Mi impegno a diffondere a tutti i nostri associati l’appello e metterò il link alla sottoscrizione dello stesso nella home page del sito della nostra associazione.

    Personalmente credo nel valore espresso da certi uomini o donne in vigna ed in cantina. Uomini e donne capaci di estrarre emozioni dalla terra, farle vivere nella vigna e, tramite il loro lavoro in cantina, travasarle nei nostri cuori passando per bottiglie e bicchieri. Naturalmente quand’anche le loro produzioni siano ai limiti o fuori dai “disciplinari”.
    Amo questi uomini e queste donne !

    Amo il loro lavoro ed i risultati che riescono ad ottenere rispettando le viti, il terreno e tutti noi.

    Stefano Legnani

  19. Ho sottoscritto con piacere l’appello che contiene molti temi e questioni a me care per motivi personali e professi0nali.
    [a margine:
    ho letto "potentissimi tesori occidentali che sono la vite ed il vino".
    Forse la Grecia ora è occidente, ma la vite è arrivata in Italia, Francia e Spagna (a nord anche dopo) in età micenea e poi fenicia, quando Libano era oriente e la Grecia era sparsa sui due lati dell'Egeo, quello occidentale e qullo orientale.
    Non credo che i persiani, quelli che lo producevano già due millenni avanti Cristo (come gli Egiziani ed i popoli della mesopotamia) come quelli che fecero dono dello Shiraz al re di Francia si identifichino nell'occidente. Forse avrebbero lo stesso problema i georgiani, gli armeni e tutti gli altri popoli non occidentali che nel vino trovano un contenitore culturale non meno importante di noi italiani o europei o "occidentali".
    Non imprigionerei in occidente il vino e ciò che con se porta...]

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