ADERISCI ALL’APPELLO

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4 risposte a “ADERISCI ALL’APPELLO

  1. Cari firmatari, stiamo attenti, secondo me, qualche giornalista, cercherà di rifarsi la verginità, perché senno dove erano in tutti questi anni, petche non anno parlato prima?

  2. Rafforziamo la schiera dei benpensanti che amano il vino ed i mestieri che vi gravitano attorno, difendiamo l’identità del vino e la sua vera natura ricca di cultura e tradizioni.
    Condanniamo chi vuole usarlo solo come strumento di malacomunicazione o mera merce di profitto!
    Un cordiale saluto.
    Remo Pàntano
    enologo, giornalista e sommelier

  3. Forse è anche vero che c’è sempre un pericolo come dice Alberto ma non è mai troppo tardi e in fondo più siamo e più forti saremo
    Giusto 20 giugno.

    P.S. il sito che avete inviato: http://www.firmiamo.it/indifesadellidentitadelvinoitaliano – per aderire all’appello, MANDA IN TILT il mio computer. E’ un mio problema ? Verificatelo.

  4. Claudio Bertolotto

    Ecco una mia recente riflessione a sostegno dell’iniziativa.

    Commento all’editoriale de “Il Mio Vino” di Giugno a firma Gaetano Manti, Direttore.
    .
    Se mi capitasse di vedere per la strada una persona che “sputa” addosso a qualcuno, ciò non potrebbe fare altro che generare in me un profondo senso di disapprovazione verso un gesto così incivile, tanto più se commesso da una persona in camicia e cravatta.
    A questa similitudine mi ha condotto la lettura del post scriptum dell’editoriale de “Il Mio Vino” del mese di giugno 2008 a firma del Direttore. E’ purtroppo vero come certe debolezze umane si annidino anche in figure professionali colte ed evolute (ritengo) nelle quali educazione ed etica non sono certamente doti abituali.

    Al di là di tale atteggiamento, nello stesso editoriale sono riportate le opinioni dell’autore, scaturite dalla nota vicenda del Brunello di Montalcino.
    L’opinione riportata si basa su una logica sequenza.
    Primo: il disciplinare deve essere fatto rispettare, anche per tutelare i piccoli produttori che si attengono rigorosamente alle prescrizioni. E qui nulla da eccepire.
    Secondo: l’attuale disciplinare è anacronistico e sorpassato, quindi da modificare.
    A supporto di ciò, l’autore evidenzia come il Brunello, tagliato con altri vini, sia stato un grande successo commerciale negli Stati Uniti, provocando così una benefica ricaduta sia su Montalcino che sul vino Italiano.
    In aggiunta lo stesso, rivela come la sua opinione riformatrice sia in sintonia con quella di un “grande del vino Italiano”, Angelo Gaja, che ha avuto un ruolo così importante nella positiva costruzione dell’immagine del vino Italiano all’estero.
    Un altro parere favorevole a tale tesi l’autore lo ha tratto dalle parole di un autorevole operatore del settore della ristorazione che afferma: “Brunello al cento per cento? La maggior parte dei clienti se ne frega: chiede se il vino è buono o no”.
    E’ evidente come l’autore sia schierato sulla posizione tendente ad orientare la vitivinicoltura verso la ricerca del successo commerciale, producendo ciò che il mercato si aspetta ed è disposto a remunerare, sposando così un certo tipo di logica, vale a dire: chi ha successo ha ragione!

    Esiste tuttavia, in antitesi a questa posizione, un altro orientamento che guarda un po’ più in là del successo di breve periodo.
    Questa é una posizione che vede la produzione vinicola non solamente come fatto commerciale ma anche come espressione di un sistema, del suo territorio, della sua cultura e tradizioni.

    E’ molto facile proporre al mercato americano un Brunello di colore intenso aggiungendo uve tintorie, per compiacere i gusti del consumatore.
    E’ molto più difficile arrivare a tale risultato, attraverso selezioni clonali di solo sangiovese grosso, ci vogliono anni, …forse, ma….qualora possibile ci riescono in pochi, i più abili.
    Altrettanto difficile ed oneroso risulta, raccontare al mercato che cosa è il Brunello e quali sono le sue caratteristiche, in modo che la sua espressione cromatica tipica, sia una caratteristica intrinseca e non un carattere penalizzante da correggere. Ciò magari in contrapposizione alle opinioni di quei guru americani che stabiliscono loro “che cosa e come deve essere il Brunello”.
    I produttori che alla fine dell’anno devono realizzare il budget, pur di essere omologati a tal fine, si adeguano, tradendo in silenzio princìpi e la propria clientela, garantendo a questi opinion leaders ulteriore successo ed a se stessi un adeguato fatturato. E così tutti son contenti di questo imbroglio, tranne chi vorrebbe un “vero” Brunello. Beninteso, americani compresi che ora stanno imponendo la certificazione di qualità prima di acquistare.
    A tal riguardo: è mai possibile che l’azione di marketing e comunicazione di pochi sia vincente rispetto all’azione di un “sistema” produttivo come quello del Brunello?
    Forse c’è qualcosa che non funziona a dovere.
    La tentazione della strada facile e veloce è tuttavia allettante e spesso sponsorizzata da giornalisti come l’autore dell’editoriale di cui parliamo.
    Troppo spesso si incontrano “pifferai magici” che tendono ad orientare il mercato, quello meno preparato s’intende, ora qua ora là, a seconda di chi prende il sopravvento, creando confusione e mode effimere.
    Questi sono i nemici di una cultura vera del vino, sono attori che si sentono appagati dal successo misurabile nel numero di seguaci che riescono a mobilitare e che acquistano le loro pubblicazioni, guide ecc…
    Per il fatturato, signore e padrone di ogni attività commerciale (purtroppo), troppo spesso si tende ad accantonare quei principi etici che dovrebbero sovrintendere la produzione vitivinicola e garantirne un solido futuro caratterizzato da una crescita lenta ma costante, in linea con la crescita qualitativa e di immagine.
    Gli eventi occorsi sono tuttavia comprensibili (anche se non giustificabili).
    Consideriamo come il vero successo del Brunello di Montalcino sia iniziato non più di alcuni decenni orsono.
    Qualche grande vino francese alcuni secoli orsono era già ai vertici qualitativi della produzione vinicola e noto in tutto il mondo.
    La differenza è evidente, alcuni di questi vini Francesi si vendono ora a cifre da capogiro (oltre i 500 €/bottiglia).
    Il Brunello è un fenomeno giovane ed immaturo, come lo sono alcuni dei suoi produttori, che si sono fatti pescare con le dita sporche di marmellata, le cui bottiglie si trovano nei supermercati a meno di 20 €.
    Ciò che è successo, oltre ad essere scorretto è anche poco dignitoso! Che ruzzolone!

    La costruzione solida e duratura dell’immagine di un vino richiede tempo, pazienza ed estremo rigore.
    Il “raider” che bada esclusivamente al profitto a breve termine ed a tutti i costi, rischia di essere deleterio per il processo di affermazione di un vino che aspiri ad un ruolo importante.
    Per quanto riguarda il successo del Brunello negli USA non va dimenticato che poco meno di metà delle vigne di Montalcino sono di proprietà di un’unica azienda i cui capitali sono proprio di provenienza americana, Banfi Wintners-Old Brookville, NY, la più importante azienda di importazione e distribuzione di vini negli USA, che alla fine degli anni 70’ ha acquisito la proprietà a Montalcino.
    Questa azienda ha abilmente coniugato il suo know how del mercato USA con l’attività di produzione in Italia.
    Il Brunello ha quindi avuto un felice viatico per un mercato così importante.
    Questo flusso di Brunello verso gli USA ha offerto grandi opportunità anche agli altri produttori che si sono accodati ad un business già tracciato, cavalcandolo con successo.
    La chiave del successo del Brunello negli USA, contrariamente a quanto si possa pensare, trae origine quindi dall’integrazione fra un’attività commerciale già esistente, con l’acquisizione di vigneti a Montalcino la cui produzione “doveva” essere collocata in via prioritaria, e non, come sostenuto nell’editoriale, dal livello qualitativo raggiunto tramite il taglio del Brunello con altri vini.
    Questo è un fatto del tutto secondario, che può avere solamente supportato un successo già acquisito.

    Se i produttori Italiani avranno la forza e la determinazione di produrre i vini “come devono essere fatti” e non come un mercato, spesso impreparato, disattento, vorrebbe, si eviteranno momenti di crisi come questo che coinvolge, per colpa di pochi, molti produttori seri che non amano cavalcare il successo a tutti i costi ma lavorano con tenacia e costanza per migliorare continuamente il loro prodotto senza ricorrere a pratiche censurabili.
    Proviamo ad immaginare se in Borgogna ci fosse qualcuno che azzarda un comportamento simile a quello adottato da grandi produttori di Brunello.
    Probabilmente i suoi vigneti verrebbero estirpati dai vignerons confinanti e lui verrebbe segregato dagli stessi, dopo adeguata spellatura sulla pubblica piazza, nella più recondita, nascosta e malsana cella sotterranea dell’Hospice de Beaune fino alla fine dei suoi giorni.
    Ed avrebbero ragione! Non si può tollerare che un irresponsabile avido metta in pericolo quanto, generazioni di contadini hanno saputo costruire in termini di immagine nel corso di secoli.
    Ed in Toscana? Alcuni viticoltori dalle origini più o meno nobili e più o meno spregiudicati, hanno pensato bene di fare i loro interessi in barba a disciplinari, etica e correttezza.
    Almeno quell’Angelo Gaja citato, quando la sua proposta di modifica al disciplinare non è passata, in modo coerente ha, prima coraggiosamente classificato il suo Barbaresco in una DOC di ricaduta, quindi ha fatto ciò che tale scelta gli permetteva.
    Parimenti i produttori di Brunello avrebbero dovuto ricorrere a DOC quali Rosso di Montalcino o Sant’Antimo e solo dopo di ciò fare i loro comodi, oppure coniare un ulteriore Super Super Tuscan! Ce ne sono già tanti!
    Cin Cin!

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